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L'importanza del progetto difensivo dell'avvocato familiarista

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Le agghiaccianti notizie di cronaca di questo week end mi hanno fatto profondamente riflettere sul ruolo e l’importanza del mio lavoro di avvocato che si occupa di diritto di famiglia e sui cambiamenti che dobbiamo attuare nell’esecuzione del nostro mandato; in un ripensamento generale del sistema di giustizia anche la figura dell’avvocato di diritto di famiglia assume un ruolo fondamentale.


Nella gestione della crisi della famiglia, gli avvocati hanno tutti gli strumenti per analizzare a fondo le posizione delle parti e cercare di reperire una intesa.

Ma perché ciò avvenga occorre anche in questo campo competenza, fiducia in questa direzione e un abbandono della tradizionale impostazione avversariale e della logica del conflitto come profitto.

È in altri termini indispensabile un cambiamento di attitudine e la formazione di un’etica dell’avvocato di diritto di famiglia.

Il legale ha il compito fondamentale di accompagnare le parti al raggiungimento di un accordo rispettoso in ogni sua parte dei principi di legge e deve porre l’assistito in grado di comprendere il perimetro dei propri diritti e obblighi.

Questa “mission” si può raggiungere con un progetto difensivo che contempli gli interessi di tutta la famiglia; è solo così che l’avvocato che diviene “l’architetto delle relazioni sociali

Da sempre, nel sentire comune, il migliore avvocato è lo specialista in vittorie processuali: l’avvocato litigioso ed aggressivo è sempre stato ritenuto dal cliente il più competente, quello che maggiormente avrebbe potuto tutelare gli interessi del suo assistito, quello che l’avrebbe fatto “vincere”.

Significato di vincere: “sconfiggere, superare, portare a termine con successo battendo o superando l’opposizione”. 
E allora è questo il progetto dell’avvocato che rappresenta uno dei coniugi in una separazione o in un divorzio: sconfiggere l’altro, il padre o la madre dei propri figli? Annientarlo?

E la famiglia? Che cosa ne rimarrebbe dopo una tale guerra? E i figli?

La famiglia oggi è intesa come “luogo positivo, fondamentale per gli affetti che li si sviluppano, per l’intensità delle relazioni presenti, per i legami profondi e per la sua funzione di protezione reciproca”

Pertanto, anche se il vincolo matrimoniale o di convivenza viene meno le parti restano e resteranno pur sempre genitori, e dovranno inevitabilmente prendere delle decisioni nell’interesse della famiglia intera e, soprattutto, tutelare il benessere dei figli, la loro serenità, la funzione di protezione.

E proprio l’interesse per i minori ha condotto il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, a stendere delle linee guida per una giustizia a misura di minore e a riconoscere che il contenzioso riconducibile al diritto di famiglia presenta aspetti peculiari rispetto al contenzioso ordinario e, di conseguenza, il ruolo che l’avvocato assume diviene di rilevanza pubblica, dovendo  tutelare gli interessi non solo del proprio assistito ma anche dei minori coinvolti, delle relazioni , della intera famiglia.

In linea con la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo è stato riconosciuto che ai minori debba essere garantita l’opportunità di essere ascoltati in tutte le procedure giudiziarie ed amministrative che li riguardano e di accedere ai meccanismi di ricorso competenti, indipendenti ed imparziali quando i loro diritti sono stati violati.
Inoltre gli Stati parti della Convenzione riconoscono il diritto di ogni minore, in conflitto con la legge, di essere trattato nel rispetto della propria dignità e prendendo in considerazione l’età del minore e l’obiettivo della reintegrazioni sociale.

Il superiore interesse del minore deve assumere una rilevanza primaria in tutte le azioni riguardanti i minori, poste in essere da istituzioni pubbliche o private competenti in materia sociale, tribunali, autorità amministrativa ecc. .
In particolare, all’art. 36 è stato stabilito quanto segue: “l’interesse superiore dei minori dovrebbe essere tra i primi aspetti da considerare in tutti i casi in cui sono coinvolti. La valutazione della situazione specifica deve essere svolta con accuratezza”.

Questa “nuova connotazione” impone all'avvocato che si occupa di diritto di famiglia, una responsabilità etica e sociale diversa: “l’attenzione all’individuo, imposta all’avvocato dal diritto di famiglia, allarga l’orizzonte della tutela che si estende ai diritti fondamentali della persona i quali attengono alla dignità del vivere, come adulti e come bambini; e, per questi ultimi, anche il diritto di divenire migliori di noi

E questa è forse la chiave: il mandato professionale dell’avvocato che si occupa di diritto di famiglia: non potrà limitarsi ad una pura assistenza giuridica del proprio assistito ma dovrà avere un progetto più ampio, più lungimirante, un progetto che non si risolve con una “vittoria” in giudizio che coincida con l’ottenere un mantenimento corposo o peggio, con limitare le visite del genitore altro, ma, bensì, considerare gli interessi dei membri di tutta la famiglia, in particolare dei figli minori.

Occorre considerare l’aspetto umano della vicenda che vada al di là delle tradizionali vittoria e sconfitta ma che tenga conto dei reali e concreti interessi in gioco anche proiettati nel futuro.

Come conciliare allora le esigenze del cliente che si rivolge all’avvocato familiarista e che, quasi sempre, è carico di un bagaglio di odio e vendetta oppure completamente annientato dalla sofferenza?

Come spiegare al cliente che i termini vincere e perdere, nel contesto di famiglia, non dovrebbero essere usati?

Proprio qui nasce la differenza tra l’avvocato di famiglia e l’avvocato che si occupa di altro.

Qui nasce il progetto difensivo.

La modalità dell’approccio difensivo, sin dal primo appuntamento, potrà costituire un propellente o un sedativo della lite e, in quest’ultimo caso, un terreno fertile nel quale cercare di mantenere positive le relazioni familiari.

L’avvocato di famiglia è l’architetto delle relazioni sociali che si pone in una dimensione umana, non esclusivamente con una idea di giustizia che inizia e finisca nel processo ma in una ottica superiore e più lungimirante.

Nell’effettuare le scelte legate all’adempimento del mandato ricevuto, dovrà provvedere a tutelare le parti che rappresenta nel rispetto primario dei minori coinvolti, evitando i bambini possano diventare “merce di scambio” o “vantaggio economico” o , nei casi più aberranti, vendetta.

Inoltre è di fondamentale importanza che l’avvocato non si identifichi con il cliente e le sue “pretese”: dovrà sapere gestire le emozioni filtrandole con la ragione e la conoscenza degli strumenti processuali.

Credo fortemente nel concetto dell’avvocato come architetto delle relazioni sociali; l’avvocatura deve evolversi, non può rimanere legata al concetto del professionista come Azzeccagarbugli , che ha prontamente la soluzione per ogni problematica legata esclusivamente ad astratti concetti giuridici.

Ancor più se si tratta di diritto di famiglia, va costruito un progetto difensivo che coinvolga tutta la famiglia e che venga studiato insieme , facendo un esercizio di proiezione nel futuro e non prendendo decisioni avventate in base allo status quo ed allo stato emozionale di quel momento.

Occorre una responsabilizzazione dell’avvocatura che releghi il conflitto giudiziale a quelle questioni che effettivamente lo meritano e che abbia un connotato di “terzietà”, che non si identifichi con le ragioni del cliente facendole proprie ma che mantenga il connotato di difensore, che tenga lontano il disagio, il rancore del cliente, ma che riesca a condurlo fuori dal conflitto.

Il difensore ha un connotato fortemente sociale che non può fare a meno di seguire, adeguarsi e comprendere la realtà che oggi è in continuo divenire.

In quest’ottica e in questo cambiamento, l’avvocato deve essere all’altezza di dipanare i nodi e accompagnare le parti verso l’accordo.

La lite che caratterizza la separazione, una volta che viene portata nel processo, impedisce la reale comprensione dell’accaduto, il processo comprime quell’accaduto ed è necessario pertanto fare un lavoro preliminare che porti alla consapevolezza delle proprie azioni.

Ciò non significa che non si debba passare mai attraverso il processo: a volte , come sopra detto è necessario l’intervento del giudice, purchè si abbia sempre ben chiaro il progetto difensivo.

Silvia Castagna

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